Kaiser: il più grande calciatore a non giocare a calcio

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Carlos Henrique Raposo aveva un sogno: diventare un calciatore famoso, guadagnare milioni di euro, frequentare i migliori locali e le ragazze più belle. Era carismatico e atletico, ma gli mancava solo una cosa: il talento.

«Sono stato il più grande calciatore a non giocare a calcio. La mia è la storia di un anti- calciatore. Non giocavo, non segnavo, non toccavo palla». Inizia così la storia di Carlos Raposo, il giocatore di calcio che riuscì a truffare società professionistiche facendogli credere di essere un attaccante che abbinava la classe brasiliana a un fisico statuario alla Beckenbauer (da lì il soprannome Kaiser).

Ma come ha fatto? Vivere durante gli anni 70/80 di certo lo ha aiutato. Internet non esisteva e i giornalisti “si fidavano” delle informazioni che gli fornivano: ingaggiare un reporter e scrivere una storia finta non era poi così difficile. Inoltre il giovane Kaiser aveva la capacità di stringere rapporti d’amicizia così facilmente da rimanere simpatico proprio a tutti, e i calciatori più famosi lo raccomandavano alle squadre più prestigiose in cambio di qualche favore. I suoi compagni di squadra lo coprivano perché lui in cambio portava loro qualche ragazza in hotel nei ritiri eludendo la sicurezza, mentre i medici compilavano falsi referti in cambio di qualche mazzetta. Così da frequentatore delle notti di Rio de Janeiro degli anni ’80, divenne il riferimento per i giocatori che cercavano un po’ di svago extracalcistico.

Il «Kaiser» in quell’epoca divenne una «fake news» vivente. Firmava il contratto, si presentava all’allenamento e subito si infortunava.

Sembra uno scherzo, ma non lo è stato, almeno per le squadre di calcio che lo avevano ingaggiato. Dal Botafogo al Flamengo, poi Ajaccio, Fluminense, Vasco da Gama, poi Puebla in Messico ed El Paso Patriots in Texas credettero alle sue bugie rendendolo un personaggio famoso.

La sua carriera. Il primo contratto arriva a 20 anni nel Botafogo grazie a Mauricio, suo storico amico d’infanzia, nonché calciatore simbolo del club. Il fisico atletico gli fece passare subito i test fisici, ma quando arrivò il momento di dimostrare le sue abilità “palla al piede”, una storta “improvvisa” mandò il giovane Carlos in infermeria. A quei tempi non si utilizzava la risonanza magnetica, e durante l’anno il Kaiser non riuscì mai a recuperare dall’infortunio: a fine campionato, il numero totale di partite giocate risultò “zero”.

L’anno successivo fu il turno del Flamengo di Bebeto e anche in questo caso la truffa era ben pensata. Al primo allenamento, Raposo si presentò fuori forma, con guai fisici che lo obbligarono a continuare la preparazione con un suo complice che fungeva da allenatore personale. E anche questa volta, quando arrivò il momento di dimostrare le sue doti in campo, gli bastò essere d’accordo con un “complice”, per esibirsi in uno scontro in area che regolarmente lo spediva in infermeria. Anche lì non scese mai in campo ma si presentò agli allenamenti con un enorme telefono cellulare (un vero status symbol per l’epoca) fingendo telefonate in inglese con grandi club europei interessati al suo ingaggio.

La truffa all’uomo più pericoloso del Brasile. Dopo un anno in Messico al Puebla e uno negli States a El Paso chiusi con zero presenze, rientrò in Brasile per giocare nel Bangu. L’allenatore, forse sospettoso, provò a farlo giocare, ma il Kaiser riuscì a mettere in atto uno stratagemma per non scendere in campo: un attimo prima di togliersi la tuta da riscaldamento si scagliò contro un avversario qualsiasi facendosi espellere. Il presidente del Bangu, pezzo grosso delle scommesse illegali brasiliane, negli spogliatoi aggredì il Kaiser, che gli replicò a suo modo: “Prima di dirmi qualunque cosa, sappi solo che Dio mi ha tolto mio padre e ora me ne ha ridato un altro [riferendosi a lui, ndr]. E non posso permettere che qualcuno dia a mio padre del ladro.”, e anche questa volta la passò liscia.

In Europa. Per coronare la sua carriera non si fece scappare un contratto in Europa, e fu il Gazeleg Ajaccio a garantirsi le sue scarse prestazioni. Nel giorno di presentazione lo stadio era gremito di tifosi, che volevano salutare calorosamente il neo acquisto. Anche questa volta il kaiser ebbe una buona inventiva: “Lo stadio era piccolo ma pieno di tifosi. Pensavo che avrei dovuto solo fare qualche corsetta e salutarli, ma quando sono arrivato in campo ho visto che c’erano dei palloni e ho capito che avrei dovuto allenarmi sul serio. Sono diventato nervoso, avevo paura che dal mio primo allenamento avrebbero capito che non sapevo giocare. Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c’erano più palloni. “

Carlos concluse la sua “carriera” a 40 anni nel Guarany de Camaquã. In 20 anni di calcio riuscì nell’impresa di collezionare 34 presenze, pochi, pochissimi minuti giocati e un conto in banca di tutto rispetto. Oggi il Kaiser nella vita fa il personal trainer…per davvero.

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Ultima modifica: 15 Gennaio 2020

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