Sport e violenza: la cultura del branco

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La questione della violenza dentro e fuori gli stadi, ancora irrisolta, è diventata una vera emergenza sociale. Quando parliamo di sport, ed in particolare di calcio, si sente spesso parlare di “fede” legata ad una particolare società sportiva; è cioè la società sportiva per prima che si fa promotrice di una cultura parallela ad una più generica cultura di riferimento. Questa cultura parallela, essendo condivisa da meno persone, diventa automaticamente da difendere e spesso i suoi principi si discostano dalla cultura di riferimento, creando un divario difficilmente colmabile. Questa stessa sotto cultura, diventa motivo di violenza; ogni membro, infatti, non solo è chiamato a rispecchiarsi nei principi, ideali, schemi comportamentali, che la cultura impone, ma viene spinto alla difesa della stessa, mosso da un desiderio di identificazione e di dimostrazione della fedeltà alla squadra, ed agli altri membri del gruppo, e da un desiderio di supremazia sulle altre sotto culture. Tifare per una squadra diventa spesso sinonimo di adesione ai principi del branco e annullamento del pensiero individuale, e conseguente aderenza al pensiero collettivo, con la messa in atto di comportamenti ad alto rischio, ed illegali. Violare le norme, manifestare comportamenti aggressivi in gruppo è più semplice; grazie alla distribuzione della colpa, alla deumanizzazione della vittima e ad altri meccanismi di disimpegno morale, agire in modo illecito è percepito come non grave, e non direttamente imputabile a se stessi. La deumanizzazione è evidente nei cori, e nella ferocia con cui spesso i gruppi di tifosi si scontrano; l’individuo non è considerato come soggetto ma come parte di una sotto-cultura, come simbolo di quella fede e per tale ragione, colpevole, meritevole di violenza. Cosa ha a che fare tutto questo con lo sport? Nulla. Ma il concetto di squadra si presta bene alle dinamiche di gruppo e se queste dinamiche non vengono contestate dalla squadra stessa, ma anzi promosse per sottostanti fini economici, si innesca un meccanismo a catena per cui l’intervento esterno, ad esempio delle autorità, non fa altro che acutizzare le reazioni del branco. Diffondere una cultura sportiva che non passi per la violenza, e che sia portavoce dei valori della cultura di riferimento, come il rispetto, la sana competizione, la cooperazione, è possibile! Già dai primi passi che un bimbo compie all’interno del mondo sportivo è possibile intervenire con questa trasmissione, educando bambini e genitori ad un uso ludico dello sport. Bisogna educare anche i genitori, che spesso incitano e spingono i figli verso una competizione non ludica e quindi aggressiva. Giocare non significa vincere. I genitori lo sanno? Basta andare ad una partita di pulcini per vedere contestazioni anche forti ad allenatori che fanno giocare tutti i bimbi, preferendo un clima ludico ad un clima competitivo orientato alla vittoria. Cosa trasmette questo ad un figlio? Questo figlio che tifoso sarà?

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Ultima modifica: 21 Novembre 2018

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