Quattro chiacchiere con Lucia Castelli

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Vogliamo inaugurare la rubrica “Gente di Sport” riproponendo un’intervista che avevamo fatto con la redazione di EduCalcio in occasione di un incontro di qualche anno fa con Lucia Castelli, insegnante di educazione fisica e psicopedagogista del Settore Giovanile dell’Atalanta B.C. E’ docente alla Facoltà di Scienze della Formazione Primaria dell’Università Bicocca di Milano e componente della commissione Scuola della FIGC Nazionale. Una persona sempre in contatto con ragazzi e, nei numerosi corsi di formazione a cui è invitata, anche con educatori, allenatori, dirigenti e genitori.

Ciao Lucia, molti si chiedono cosa sia e che ruolo abbia la psicopedagogista in un settore giovanile così importante come quello dell’Atalanta che, da sempre, ha puntato sulle giovani leve?

Una figura come la mia ha parecchi ruoli all’interno del Settore Giovanile, e le mie attività spaziano in molti ambiti. Provo a illustrarne qualcuno. Anzitutto il mio intervento consiste nel seguire i giovani giocatori tesserati per l’Atalanta, provenienti da fuori regione, che vivono presso la Casa del Giovane. In questa impresa sono coadiuvata da tre educatori, e insieme accompagniamo la crescita emotiva e socio relazionale dei ragazzi, offriamo loro occasioni di riflessione critica su quanto succede nella vita sportiva e quotidiana, tentiamo di orientarli a stili di vita da atleta, li aiutiamo a studiare, curiamo i rapporti con i genitori e la scuola. Mi occupo di predisporre l’accoglienza dei nuovi calciatori. Offro poi una consulenza diretta agli allenatori delle varie squadre, circa le problematiche inerenti il comportamento, la vita scolastica, i problemi di crescita, i rapporti con i genitori dei nostri tesserati. Sono poi impegnata nell’attività di formazione degli allenatori e dei genitori. Predispongo interventi diretti sia alle squadre dell’attività di base, sia ai singoli giocatori per richiamarli al rispetto delle regole, per stimolare la collaborazione insomma per aiutarli a fare squadra. Infine, insieme allo staff dell’attività di base, progetto e realizzo (da 8 anni) “La scuola allo stadio, un intervento educativo-sportivo rivolto alle scuole Primarie e Secondarie di 1° grado (medie) di Bergamo e provincia, per insegnare il tifo corretto e i comportamenti civili da tenere allo stadio.

Ritieni che una società professionistica abbia o debba avere una particolare attenzione sulla formazione psicopedagogica dell’intera personalità dei giovani calciatori?

Lavorando con giocatori minorenni, tutte le Società sportive, e non solo quelle professionistiche, che operano con i giovani dovrebbero riporre molta attenzione alla formazione di tutte le dimensioni della loro personalità, non solo quella motoria, ma anche quella emotivo-affettiva, socio-relazionale, mentale e morale.

Quali sono le problematiche tipiche di un settore professionistico che hai riscontrato?

Operare in un settore calcistico giovanile, sia dilettantistico, sia professionistico, oggi è difficile, impegnativo, carico di responsabilità. All’allenatore si chiede di ricoprire con competenza diversi ruoli sia in qualità di tecnico esperto, sia di insegnante, di buon dimostratore e attento osservatore. A lui si chiedono competenze che vanno dall’ambito tecnico a quello relazionale, dall’ambito organizzativo a quello metodologico. L’allenatore deve conoscere bene i gesti calcistici, saperli insegnare, usando le metodologie più opportune alle varie età, scegliendo le attività più coinvolgenti per i ragazzi, deve sapere motivare tutti i giocatori e dedicare tempo ed attenzione ad ognuno di loro. A tutto ciò si aggiunge la richiesta sempre più pressante delle famiglie che hanno demandato all’operatore sportivo vari compiti educativi, come per esempio quelli di fare rispettare le regole, preparare alla vita di gruppo, insegnare l’autocontrollo e l’accettazione dei propri limiti, favorire l’autonomia e altro ancora. A tale proposito l’Atalanta crede molto nella formazione degli allenatori e crea molte occasioni in tal senso. Non si può pretendere di educare i ragazzi tralasciando la formazione degli adulti, dai quali i primi vengono influenzati nei loro comportamenti ed apprendimenti. Chi educa i giovani attraverso lo sport deve essere disponibile a riflettere criticamente sulla propria esperienza e valutare continuamente il proprio operato sia dal punto di vista tecnico sia educativo. Per dotarsi di validi strumenti di autovalutazione non vedo altra strada se non l’aggiornamento continuo per tutto l’arco della propria carriera di mister. La curiosità, la passione e l’entusiasmo, che non deve mai venir meno, per questa “professione” farà il resto. Per tornare al nocciolo della domanda credo che un problema peculiare siano le aspettative eccessive di molti genitori nei confronti dei figli, spesso non commisurate alle loro reali capacità.

Ritieni che il ruolo dello psicopedagogista possa o debba essere introdotto anche nelle società dilettantistiche? E, in caso affermativo, in che modo o quali progetti potrebbero introdurlo, a livello federale o sulla base della libera iniziativa individuale e del volontariato?

Ogni Società che lavora con i giovani, visto la delicata età a cui si rivolge, dovrebbe avere uno staff di consulenti che sostenga il lavoro degli allenatori. Questo gruppo dovrebbe essere formato da un educatore (o insegnante o psicologo o pedagogista) che si occupi dell’aspetto educativo e della formazione degli allenatori, dei dirigenti e dei genitori; un fisioterapista per la prevenzione e il recupero degli infortuni; un laureato in scienze motorie per la preparazione coordinativa e condizionale. Il volontariato seppur lodevole e talvolta auspicabile, per la mancanza di risorse economiche e umane, purtroppo non basta. Allora dove reperire le risorse? Si potrebbero ricercare sponsor illuminati che investano con lungimiranza su questi aspetti, a prima vista non proprio tecnici, ma sicuramente molto collegati alla prestazione sportiva. Oppure si potrebbe risparmiare poche migliaia di euro sugli stipendi dei giocatori della prima squadra per dotarsi di questa squadra di consulenti a supporto del lavoro giovanile. Anche gli amministratori locali potrebbe intervenire sostenendo le società che scelgono di innalzare il livello qualitativo della loro offerta. La Federazione Italiana Gioco Calcio auspica l’introduzione di tali figure, prova ne è che chi le possiede ha il riconoscimento di scuola calcio “specializzata” (in Italia sono 171, l’Atalanta è una di queste), o di scuole calcio “riconosciute”.

Esiste nel calcio giovanile il fenomeno del bullismo?

Il fenomeno del bullismo sta diffondendosi rapidamente fra i preadolescenti. Questa forma di violenza e prevaricazione suscita la preoccupazione degli insegnanti, degli allenatori, dei genitori e degli adulti che si dedicano alla crescita dei giovani. Tale fenomeno, indicatore del disagio relazionale vissuto da alcuni giovanissimi, trova terreno fertile negli ambienti di vita collettiva giovanile, in particolare nel gruppo di amici, a scuola e nelle associazioni sportive. Lo sport rimane, comunque, un ambiente “relativamente protetto” in cui gli episodi di bullismo costituiscono dei fatti eccezionali. Questo perché, chi decide di fare sport, frequentando con assiduità un gruppo sportivo, innanzitutto lo sceglie liberamente (si spera), e inoltre è consapevole che deve accettare sia le regole base della convivenza sociale, sia ovviamente quelle di un’attività sportiva regolamentata per definizione. In ambito sportivo si impara presto il principio secondo cui solo condividendo le norme si possono raggiungere risultati apprezzabili. I comportamenti del bullo si verificano, infatti, molto più di frequente a scuola e nei luoghi di aggregazione giovanile. A volte la notorietà precoce di alcuni ragazzi sportivi può facilitare episodi di bullismo, anche se forse qui si è in presenza più di esibizionisti che di bulli veri e propri. Gli stili educativi adottati dai genitori e dagli allenatori possono facilitare i comportamenti da bullo. Sia lo stile permissivo e tollerante che si manifesta tramite la riduzione del controllo degli adulti sui ragazzi, che non proibisce e non castiga, sia quello autoritario, che richiede ai giovani una maturità e un’indipendenza precoce, possono favorire il bullismo. Pare che lo stile autorevole, che presuppone fermezza nelle richieste ma che elargisce in cambio cura, attenzione e ascolto, non incoraggi questi comportamenti. Anche il modello dominante di sport altamente competitivo-aggressivo, può favorire il bullismo. Questo prototipo di sport ricerca la prestazione a tutti i costi, esalta solo un tipo di attività sportiva, quella orientata al risultato agonistico, giustifica ogni mezzo (anche illecito) pur di arrivare alla vittoria.Comunque in presenza di fatti di bullismo gli adulti hanno l’obbligo di intervenire sia con azioni preventive, sia con azioni punitive. Se regna l’indifferenza o la banalizzazione (“sono cose da ragazzi”) di questo fenomeno, allora gli adulti diventano colpevoli e sono responsabili delle conseguenze.

Il professionismo sportivo è, per molti, un miraggio, un obiettivo da raggiungere mentre la base dello sport e del calcio si fonda sul dilettantismo. Qual è il compito di una società dilettantistica? Quote (associative) o quozienti (intellettivi)?

I compiti di una Società dilettantistica sono quelli di: fare amare lo sport ai ragazzi, affinché lo pratichino per tutto l’arco della vita; fissare obiettivi educativi sportivi e di prestazione consoni all’età dei giocatori; formare giocatori per allestire la propria prima squadra; utilizzare il calcio come strumento formativo, inteso come mezzo che educa l’intera personalità dei ragazzi e li fa star bene. Circa il miraggio dello sport professionistico vorrei sottolineare che questo va visto come un lavoro esclusivo (esclude), che va considerato più come uno spettacolo, un intrattenimento, un affare economico che un’attività sportiva vera e propria. Dall’ultima indagine EURISPES si evince che solo un piccolo giocatore su 1059 ce la farà a giocare in serie A. Dunque, senza spegnere i sogni dei piccoli calciatori, dobbiamo far tenere i piedi per terra sia a loro, ma soprattutto alle loro famiglie. L’Italia, oltre ai campioni, ha bisogno di cittadini attivi dal punto di vista fisico per prevenire malattie e malesseri psichici. Siamo campioni del mondo di calcio, ma il 70% degli italiani è sedentaria!

Quali consigli pratici ai genitori che vogliono avvicinare i figli allo sport?

Innanzitutto consiglio di scegliere una società che espliciti la propria identità, che si presenti dicendo da chi è costituita, come è organizzata, quali obiettivi educativi, agonistici, tecnici persegue, quali rapporti ha con il territorio (con la scuola, le varie agenzie educative). I genitori potrebbero interrogarsi e riflettere, inoltre, sulle aspettative nutrite per il figlio atleta, sul ruolo ricoperto nell’ambito dell’associazione, definendo chiaramente sia i possibili contribuiti sia i propri confini, oltre i quali è bene non andare. Le aspettative dei genitori non sempre sono commisurate alle reali attitudini del figlio e spesso sono compensative di un desiderio personale che è stato impossibile da realizzare. Soprattutto consiglierei alle famiglie di mettersi la tuta e di praticare sport, in tal modo forniscono un modello coerente di vita attiva al proprio figliolo. Infine mi piace ricordare che lo sport scelto dal figlio appartiene al figlio e non al genitore.

Quali consigli pratici rivolgi ad un istruttore sportivo di fronte alle intromissioni di un genitore su dove e quanto gioca o sul perché il proprio figliolo gioca meno degli altri?

Il rapporto con i genitori è spesso vissuto dagli allenatori come un’ulteriore incombenza faticosa e spesso provoca disagio e timore per la paura di non essere all’altezza della situazione, con conseguenti sentimenti di impotenza, che alimentano gli alibi per non intervenire e di escludere tali figure dalla vita della società. Le esigenze e le aspettative dei genitori e degli allenatori, si sa sono diverse, come differenti sono le funzioni che devono svolgere nei confronti dei ragazzi. E’ legittimo che un genitore voglia vedere il proprio figlio giocare divertendosi, come, a sua volta è comprensibile, che l’allenatore, non possa sempre mettere in campo tutti. Il conflitto sembra quindi fisiologicamente inevitabile. Semmai le società calcistiche e le famiglie dovranno impegnarsi a ridurre al minimo le conseguenze di un confronto acceso, che provocando ansia e frustrazione ad entrambi, finiscono con lo scaricarsi negativamente sui ragazzi. Nelle realtà calcistiche giovanile spesso si trovano due categorie di genitori: quelli assenti, che utilizzano la società come parcheggio e quelli troppo presenti, spesso invadenti. E’ chiaro che fra questi due poli estremi esistono modi di rapportarsi maggiormente equilibrati e dunque auspicabili. Il difficile rapporto o l’incomunicabilità fra famiglie e società sportive a volte dipende sia dalla scarsa sensibilità dei dirigenti verso tale problema e dall’incompetenza degli allenatori ad affrontarlo, sia dallo scarso interesse o al contrario da un eccesso di aspettative da parte dei genitori. A tale proposito, come dicevo in una precedente sua domanda, è auspicabile l’introduzione di una figura educativa con funzione di mediazione.Gli allenatori hanno una responsabilità educativa che gli deriva dal ruolo che assumono, prendendosi in carico la formazione dei ragazzi. Dunque queste figure non possono pensare di incidere sull’educazione dei propri calciatori tralasciando i genitori. Da soli possono influire poco. L’azione congiunta con le famiglie è più efficace e conveniente. Occorre allora chiarezza, condivisione e disponibilità al dialogo, per assicurare che gli interventi di entrambi abbiano quella coerenza educativa necessaria per non disorientare i giovani atleti, che sono simultaneamente figli e giocatori.

Come commenti l’iniziativa del “Silent Soccer” sperimentata negli USA alcuni anni or sono?

Questa iniziativa mi sembra ottima, anche se mi rattrista l’idea che si debba ricorrere a queste iniziative per mancanza di misura e buon senso da parte di alcuni genitori. Io spesso consiglio alle famiglie di accompagnare il figlio alla partita, ma poi di andare a prendersi un caffè, per non interferire troppo sull’attività del figlio. Sicuramente i bimbi non hanno bisogno del tifo di genitori ultras per divertirsi.

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Ultima modifica: 30 Novembre 2018

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